Veniamo tutti spinti e protesi a raggiungere visibilità attraverso i ruoli sociali: scrivo, per cui sono visibile/leggibile di conseguenza importante; insegno, per cui sono ascoltabile/visibile, di conseguenza importante; mi occupo della res publica, per cui sono visibile, di conseguenza importante; e via dicendo. Poi ci sono i vari livelli di visibilità su cui piano piano si scala, ma già essere su uno di questi livelli arreca la sua buona importanza.
Il punto che mi preme è quello che osserva se si è importanti per quello che si ha o per quello che si è? Erich Fromm l’aveva vista giusta, infatti diamo veramente troppo significato a cose in se stesse vuote. Pubblico? Beh, se non lo facessi dove starebbe la mia importanza? Ho una cattedra? Beh, se non l’avessi allora in cosa consisterebbe la mia importanza? Ho una posizione pubblica? E se quella mi venisse a mancare dove starebbe la mia importanza?

Quello che a me indigna è vedere che si dimentica l’aspetto essenziale, che è dato dalle qualità dell’animo. Tutto il resto passa, noi moriamo e lasciamo qui tutto. Ciò che invece ci portiamo appresso, perché siamo noi, è quello che siamo di dentro….