In questa stagione, qui da noi in pianura, iniziano a svolazzare in giro i piumini dei pioppi… e tutte le volte mi viene in mente Fellini, con Amarcord e quella riviera romagnola che così poco mi corrisponde, mentre lui, invece, mi ha sempre toccato, e tanto, il cuore.
Nella mia scaletta di valori, fatta a piramide, entro cui ho collocato i miei personaggi significativi, ci sta Gandhi sulla vetta, perché da pacifista quale era, è stato però un coraggioso combattente, non il classico mite come quelli che, nell’esercitare una presunta bontà e compassione, invece sono solo dei codardi.
Sotto di lui ci stanno il Dalai Lama e ora Benedetto XVI, di cui ammiro il rigore e l’asciuttezza essenziale, acuta, che coglie nel segno senza perdersi in smancerie, sebbene sia comunque molto dolce al contempo.
Questi sono i personaggi che per me rappresentano un esempio di carattare, e non tanto per le dottrine che professano, ma per lo spessore interiore che mostrano, che io prendo un po’ a mo’ d’esempio. Poi, sotto di loro, ci sono alcuni pensatori, e dei letterati, che ammiro profondamente… e qui la lista è più lunga ovviamente.
Tutti questi sono comunque individui a cui guardo dal basso verso l’alto con rispetto e stima.
Invece Fellini no. Fellini l’ho amato dentro, nel profondo, perché mi suscitava commozione e piccole soavi gioie in quella sua leggera e trasognata follia.
L’unica volta in vita mia che ho profondamente pianto dentro per qualcuno è stato quando lui è morto, come se un caro amico speciale se ne fosse andato.
Così i piumini, ogni anno, mi raccontano di lui e mi viene da sorridere